Quando un autore decide che è giunta l’ora di “staccare la spina” ad una sua creatura, nonostante la “creatura” in questione fosse amata sia dal pubblico che dalla critica (evento più unico che raro) occorre farsene una ragione, nonostante ci si spezzi il cuore.

E così, con uno dei series finali più belli e commoventi della tv, HBO ha salutato per sempre Six Feet Under nell’ormai lontano 2005. Abbiamo così detto addio alla famiglia di impresari funebri Fisher, alla vedova del titolare Ruth, ai due fratelli Nate e David, diventati soci dopo la morte del padre e a Claire, la piccola di casa.

Una famiglia per nulla convenzionale se non per l’odio covato, vecchi rancori e segreti da tutelare, che gestisce un’attività dove la morte è all’ordine del giorno (e fonte di sostentamento).

In ogni episodio, un decesso e la successiva organizzazione del funerale, diventa il punto di partenza per analizzare la vita dei Fisher, attraverso monologhi e “visioni” dei defunti che interagiscono con i protagonisti.

Abbiamo imparato ad amare il sarcasmo, le delusioni e i disperati tentativi dei Fisher di trovare la propria strada. Ci mancano Nate e la sua lotta interiore nel tentativo di apprezzare il suo nuovo ruolo, David e la sua paura di dire al mondo di essere gay (e di avere un compagno fantastico), Claire ed i suoi disperati tentativi di voler essere diversa dal resto della famiglia e quel meraviglioso, cinico collante per tutti che è la matrona Ruth.