Film

Cobain: Montage of Heck

Il documentario sulla vita di Kurt Cobain che tanto ha fatto parlare di sè sia in fase di produzione che una volta a disposizione del grande pubblico è fino a questo momento il primo in cui c’è la piena collaborazione della famiglia dello stesso cantante. Infatti ad avere l’idea di un’opera del genere e a parlarne con il regista Brett Morgen è stata l’ex moglie Courtney Love e l’unica figlia della coppia, Frances Bean, figura come produttore esecutivo della pellicola.

Il film segue una linea temporale che va dal matrimonio dei genitori fino alla morte dell’artista, senza salti nè flashback ed è stato realizzato mescolando tecniche diverse, tanto che mentre ascoltiamo le parole dello stesso Kurt, recuperate attraverso diari, registrazioni e filmati personali [Montage of Heck è il titolo che lo stesso Cobain ha dato ad un collage di registrazioni personali ed inedite], vediamo scorrere sullo schermo appunti, disegni e filmati originali forniti dalla famiglia. In sottofondo, i grandi successi che hanno decretato il successo mondiale del trio formato dallo stesso Kurt, un giovanissimo Dave Ghrol (che compare solo in immagini di repertorio perchè ha preferito non far parte del progetto) e Krist Novoselic. Un trio che in pochissimi anni è entrata nel cuore di giovani e giovanissimi, che ritrovava nel grunge tutta la frustrazione della propria generazione.

Il ritratto che sembra uscire questo psichedelico collage di interviste e di testimonianze è quello di un uomo schiavo della propria rabbia, che non è riuscito a trovare la propria serenità né nella musica che nella gioia della paternità, che ha lottato contro l’eroina senza successo e che fin da giovane esprimeva un disagio interiore notevole. Senza dipingerlo come un santo o una vittima degli eventi, il documentario sembra insistere molto sul fatto che Cobain abbia sempre rifiutato l’etichetta di portavoce di una generazione. Tra cartoni animati, appunti privati e filmini in famiglia, siamo sommersi di materiale e proviamo ad entrare nella mente dell’uomo Kurt, in perenne lotta con se stesso.

Un documentario che non ti aspetti, che non fa riflettere ma che in compenso angoscia, che non aggiunge nulla a quanto i fan sapessero già ma che permette di approfondire aspetti della vita di un’idolo ancora oggi molto amato, che nella sua breve vita è sempre stato schivo e restio ad esprimersi in manifestazioni pubbliche o interviste.

Da vedere se si è stati almeno per un periodo fan dei Nirvana, altrimenti si corre il rischio di vedere solo un documentario sulle droghe.

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