L’unico superstite degli infiniti spin-off che sono nati da una costola di Las Vegas (in realtà solo 2, ma mi andava di esagerare) è – paradossalmente – proprio il primo ed originale. Ma se esiste una logica spiegazione a questo, al di là dei dati auditel o della soap opera dei rinnovi contrattuali, questa va cercata nella qualità del prodotto originario. Nonostante un avvicendarsi di protagonisti fuori dal comune, con morti improvvise, dolorosi addii e inspiegabili ritorni, matrimoni e divorzi, eccetera, le vicende della squadra di investigazione scientifica di Las Vegas appassionano perché hanno quell’atmosfera (e quei colori, ode alla fotografia!) allo stesso tempo dark ma piena di colori che solo la capitale mondiale del gioco, con tutte le sue contraddizioni, può regalare allo spettatore.

E così tra omicidi efferati e grotteschi, impariamo cose utilissime, quali l’evitare di commettere reati senza una muta da sub (o meglio uno scafandro), senza camminare e senza respirare. Perché la velocissima scienza forense di CSI riuscirà a captare ogni minima traccia – biologica e non – ed acciuffare tutti i colpevoli.

Tra gli episodi indimenticabili di questa longeva ma mai noiosa serie, mi piace ricordare l’episodio diretto da Quentin Tarantino, praticamente un film, bellissimo, e l’immagine di Justin Bieber (sì, proprio lui) in galera.