Film

Hitman: Agent 47

Dopo l’esperimento Tomb Raider e il ben più riuscito filone di Resident Evil (più tanti altri titoli che non sto qui ad elencare), Hollywood ci riprova – ancora – con Hitman. I giocatori che amano le missioni dell’agente calvo più famoso delle console forse saranno gli unici a scomodarsi per dare un’occhiata alla pellicola, uscita ad ottobre nel nostro paese, e dato che chi vi sta scrivendo in questo momento ha passato diverse (decisamente troppe a dire il vero) ore a giocare a diversi capitoli del titolo, mi sono “sacrificata”.

  

La trama riprende esattamente quella del gioco, giocando molto più sull’azione che sulla sceneggiatura. Diversi anni fa un’organizzazione clandestina e la geniale mente dello scienziato Piotr Litvenko crearono un piccolo esercito di super-soldati, cloni di uomini potenziati geneticamente per essere senza emozioni, efficienti killer da usare (e vendere) come mercenari per le missioni più pericolose. Uno di questi cloni, che se non siete fan dei videogames avete probabilmente conosciuto con Hitman (in Italia L’Assassino), primo tentativo – fallimentare – di portare l’agente 47 sul grande schermo. Correva l’anno 2007 e di quel film non ci era piaciuto praticamente nulla: sceneggiatura incomprensibilmente banale e semplicistica e protagonista inadatto. Questa volta, si è puntati su una co-produzione con la germania e su tanta. troppa azione. Forse pensavano il pubblico distratto da piroette, vortici di proiettili volanti e inseguimenti a folle velocità non si accorgesse dell’inespressività di tutti i protagonisti e delle incoerenze della storia. Storia che punta tutto sulla ricerca spasmodica di una ragazza, che a quanto pare rappresenta una risorsa per riprodurre la ricerca di Litvenko e, di contro, un obiettivo per l’agenzia dell’Agente 47.

Tirando le somme, oserei definire Hitman: Agent 47 un sequel inutile e banale, che non coinvolge nemmeno lo spettatore che conosce il personaggio (quindi figuriamoci un semplice curioso che si aspetta un bel titolo d’azione). Improponibile la sceneggiatura, tanto quanto l’espressività dei due protagonisti principali: un Rupert Friend che mai è riuscito a cogliere l'”anima” del personaggio ed un Zachary Quinto che raramente è caduto così in basso nella sua carriera.

Da evitare come la peste.

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