Alla seconda settimana di permanenza in cima alla classifica dei film più visti in Italia, è giunto il momento anche per LB Cinema di spendere due parole su Inside Out, ultima fatica in ordine di tempo della Pixar. Il film nasce da un’idea sempreverde, che è anche la stessa alla base del mio grande amore dell’infanzia Siamo Fatti Così, che inconsciamente può avere indirizzato me e tanti altri ragazzini verso studi e carriera nelle scienze della vita. Ma tornando in tema, la domanda in questione è: cosa succede all’interno del nostro complicato cervello quando quest’ultimo “ordina” a tutto il resto del corpo cosa fare, come muoversi e quale emozione provare? In Inside Out vediamo rappresentato l’interno della testa di una bambina, Riley, come una grande e tecnologicamente avanzata stazione di controllo, con una consolle coloratissima e piena di pulsanti e grandi finestre che permettono di osservare tutto il mondo costruito sui ricordi, organizzato in isole e immensi archivi di storie ed esperienze. Riley è solo una bambina, quindi vedremo ricordi semplici e giocosi ma anche esperienze importanti che le serviranno per tutta la vita.

Le piccole creature che controllano le emozioni di Riley sono coloratissime: – Joy/Gioia: sembra essere la donna/emozione al comando (ricordiamo che Riley è una bambina, quindi la predominanzia della felicità è facilmente spiegabile); iperattiva e solare, ha tutto sotto controllo ed è un oceano di ottimismo; – Sadness/Tristezza: solitaria e malinconica, la tristezza vorrebbe essere propositiva e collaborare, ma ogni volta che interviene, Riley si incupisce e Joy non potrebbe mai permetterlo; – Fear/Paura: smilzo e perennemente terrorizzato da qualunque cosa Riley tocchi o guardi; – Disgust/Disgusto: svogliata e spazientita, la vediamo intervenire spesso quando la mamma tenta di far mangiare a Riley i broccoli; – Anger/Rabbia: adorabile ometto perennemente infastidito, la cui testa letteralmente si infiamma quando si infuria (e succede spesso).

I tentativi di Joy di tenere il controllo delle emozioni di Riley orientate verso la serenità e la felicità inizia a trovare i primi seri intoppi quando la famiglia della bambina decide di trasferirsi in un’altra città per esigenze di lavoro. Strappata improvvisamente dalla sua vita, dagli amici e dallo sport che amava, Riley, che ora ha 11 anni, inizia a provare emozioni contrastanti, che a quanto pare sono diretta conseguenza di un qualche pasticcio che i 5 omini all’interno della sua testa stanno combinando nel centro di controllo appena descritto.

Il coloratissimo mondo delle emozioni descritto dalla Pixar nasconde in realtà momenti di tristezza e profonda commozione, soprattutto per il pubblico adulto, più consapevole. Anche il cuore più duro si scioglierà di fronte ai ricordi di infanzia che iniziano a perdersi, agli amici immaginari di Riley che temono di essere un giorno dimenticati e alle grandi isole felici che rischiano di sgretolarsi in seguito a paure che nascono o momenti di profonda tristezza che iniziano ad affiorare nella mente di una ragazzina.

Dopo averci fatto piangere come fontane con Up, la Pixar si mette di impegno per farci piangere ancora di più con questo Inside Out, che si fa forte di una bella idea e di una sceneggiatura solida sebbene imperfetta e sfoggia con orgoglio il livello tecnico raggiunto, che si fa notare nonostante l’apparente semplicità con cui sono rappresentati i personaggi (semplicità ovviamente cercata e fortemente voluta).

Nota di demerito per la scelta infelice di modificare leggermente alcune scene in base al paese di distribuzione della pellicola. Passi la sostituzione dei broccoli con i peperoni verdi in Giappone (i cui bambini a quanto pare adorano i broccoli) ma l’idea di sostituire l’hockey come sport amato e praticato da una bambina nata e cresciuta al confine con il Canada con il più europeo calcio è deprimente [fonte della notizia: Comingsoon].

Consiglio: godetevi il film anche in lingua originale, appena possibile, per apprezzare il doppiaggio di artisti del calibro di Amy Poehler, Mindy Kaling e Rashida Jones.