Lontanissimo da qualunque versione del detective di Backer Street che possiamo aver conosciuto fino a questo momento, il Mr. Holmes portato sul grande schermo da Bill Condon non potrà che stupire.

  

Ritiratosi dalla professione di investigatore privato da più di 30 anni, il 93enne Sherlock Holmes conduce una vita ritirata nelle campagne del Sussex, accudito dalla governante Mrs. Munro e dal figlio di lei, Roger. Con l’età che inesorabilmente avanza, è sempre più difficile per Holmes fare affidamento sulla sua logica e anche i ricordi iniziano a farsi confusi. Per un uomo che ha fatto così tanto affidamento sulla sua intelligenza per tutta la vita, una situazione del genere pesa particolarmente. Fermamente deciso a non rassegnarsi all’inevitabile, Holmes diventa apicoltore un po’ per passione e un po’ per procurarsi la pappa reale che crede possa rallentare il declino della sua mente. Inoltre, si reca perfino in Giappone alla ricerca del famoso pepe di Sichuan ad Hiroshima.

“It was thirty years ago, Watson had left, and the tourists had come back to Baker Street to catch a glimpse of the real Sherlock Holmes.”

Nel frattempo, decide di scrivere la sua versione di un racconto che molti anni prima aveva pubblicato l’amico di una vita, il Dottor Watson. Ma recuperare quei ricordi sarà faticoso e doloroso; ad aiutarlo sarà un “surrogato” dell’amico di un tempo, il giovanissimo Roger.

Il vecchio detective ha il volto e carisma di un sempre magnifico Ian McKellen, che riesce perfettamente a raccontare la solitudine di un uomo che ha ormai tutta la vita alle spalle e che vive di rimpianti e pochi ricordi che pian piano lo stanno tradendo. La mancanza di Watson si sente e lascia molti quesiti aperti, ma è accettabile considerando che tutta l’attenzione deve essere su Holmes e sulla ricostruzione del caso che ha sconvolto in qualche modo la sua vita.

Film piacevole e delicato, mostra un lato sentimentale e nostalgico del celebre personaggio nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle; un lato inesplorato e che rischia di sembrare incoerente (ed in fondo lo è) con la personalità dell’investigatore. Si dà per scontato che con la senilità si riscopra il valore del sentimento, come se l’uso della ragione e della logica siano sinonimi di arroganza e mancanza di esperienza. Ci piacerebbe che per una volta si raccontasse il bello del passaggio dal sentimento alla ragione senza rimpianti, ma non è questa la sede per parlare di questo.

  

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