Serie TV

The Bastard Executioner

Quando arriva l’estate e con essa (oltre il caldo disumano) arrivano anche una moltitudine di serie da quattro soldi, il vero appassionato/dipendente telefilmico non fa altro che attendere con impazienza crescente il ritorno dell’autunno il quale porterà con sè oltre a nuove stagioni delle serie alle quali è più affezionato, anche una carrellata di nuovi programmi tutti da esplorare. Inutile dire che l’impazienza per questo nuovo prodotto del buon Kurt Sutter era alle stelle, come del resto le aspettative e, quanto le attese sono troppo alte, il tonfo per ritornare alla realtà è ancora più duro. Intendiamoci, The Bastard Executioner ha tutte le premesse per essere una grande serie, il problema giace nella sua esecuzione cinematografica o per meglio dire, nella mancanza totale della stessa. La trama, ambientata nel 14esimo secolo, ruota intorno al protagonista Wilkin Brattle (Lee Jones), ex soldato inglese che dopo una visione simil- mistica in punto di morte, decide di abbandonare il campo di battaglia e darsi alla vita bucolica fin quando questa nuovo pittoresco idillio viene interrotto dallo sterminio del  suo villaggio ad opera del barone cattivone di turno, incavolato come una biscia perchè Wilkin congiuntamente ad un gruppo di compagni  ha malmenato i soldati inviati a raccogliere le elevatissime tasse. Il protagonista, a seguito di una serie di eventi, si troverà a dover ricoprire per necessità il ruolo di giustiziere, mentre viene sotteso nel corso dell’episodio che il personaggio ha una missione divina da compiere e della quale non è ancora a conoscenza. Escludendo la quantità di sangue, morte e distruzione che permea ogni minuto del pilot, in realtà si ha l’impressione di osservare un telefilm fantasy medievale che vuole aspirare ai fasti di Game of Thrones pur essendo imperniato su fatti storici, e finisce invece per assomigliare ad una puntata filler di Xena: Warrior Princess, che io amo senza riserve essendo comunque ben consapevole delle limitazioni, legate sia a costrizioni del budget sia del contesto temporale nel quale andò in onda (metà degli anni Novanta fino al 2001). Ecco, questi limiti non dovrebbero essere presenti  in un lavoro tanto atteso, in particolare se il regista è abilissimo a creare personaggi indimenticabili, dote che in questo primo episodio è fortemente tenuta a freno e la piattezza dei protagonisti contribuisce a rendere ancora più evidenti mancanze di tipo strutturale e stilistico (qualcuno impedisca a Kurt Sutter di usare gli effetti speciali, per favore!). In attesa di un fisiologico miglioramento in stile Breaking Bad, possiamo solo essere felici del riconoscimento agli Emmy dell’ultimo episodio di Sons of Anarchy, approvazione postuma ma decisamente gradita.

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