Serie TV

The Leftovers

Per non farci mancare niente, dopo gente che scompare e riappare cambiata come in The 4400 e Resurrection (ma lì erano addirittura morte e sepolte), persone che finiscono chissà dove come in Lost o isolate dal resto del pianeta (Under the Dome), quest’anno HBO, da sempre sinonimo di qualità, ci propone il punto di vista dei “rimasti” (come ci suggerisce anche il titolo), gli esclusi dall’evento sovrannaturale.

L’evento in questione si è verificato un 14 ottobre (tre anni prima di quando inizia la storia che seguiremo) e ci viene introdotto come prologo, quando dal nulla, circa il 2% della popolazione globale sparisce nel nulla, senza lasciare traccia e senza un perché.

Quello che stupisce è l’assoluta mancanza, almeno nel lunghissimo pilot, di indagini, teorie, scervellamenti sulla scomparsa delle persone; a parte telegiornali in sottofondo – da cui apprendiamo che tra i dispersi ci sono anche vip – .
Si parla molto, invece, delle persone rimaste, dei loro sentimenti e del loro modo di affrontare la situazione. Ed è in questo che The Leftovers si differenzia maggiormente. Riflessiva, lenta e con un senso di oppressione che dai protagonisti passa facilmente allo spettatore, coinvolge e appassiona con garbo.

Conosciamo da subito il poliziotto capofamiglia in preda ad una solitudine fisica e sentimentale assoluta: sappiamo che sua moglie se n’è andata, scopriremo presto che suo figlio è al soldo di una setta pseudo-religiosa e sua figlia adolescente è in piena fase ribelle. Questo povero diavolo è anche capo della polizia locale, e deve anche tenere a bada le manie di protagonismo del sindaco e una popolazione che si sta mano a mano inselvatichendo.

Come gustoso contorno, abbiamo un’altra inquietante setta, con adepti silenziosi, di bianco vestiti ed accaniti fumatori. Non ci viene spiegato nulla di loro, ma li vediamo più volte in azione, sia come “stalker” di persone apparentemente scelte a caso (ma ovviamente non sarà così) sia come attivisti pseudo-politici che interrompono la commemorazione dell’anniversario della sparizione esponendo cartelli “Stop wasting your breath!” (di per sé ancor più inquietante dei membri muti stessi).

Rabbia e solitudine sono dunque il filo conduttore di questo ambizioso pilot, lungo ed intenso, che ci regala riflessioni e qualche sorpresa, gettando le fondamenta per creare una serie che divide: chi la troverà un polpettone e chi passerà il tempo a generare teorie. Cose già viste e successe per Lost (e non a caso una delle firme di questa serie è quel Damon Lindelof che ha firmato anche l’altra) ma le differenze ci sono e sono anche parecchio evidenti.

Ottime premesse, se riuscissero a velocizzare un po’ i ritmi la serie rasenterebbe la perfezione.

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