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Westworld

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Basata sulla storia raccontata nel film Il mondo dei robot di Michael Crichton del 1973, Westworld ci porta in un futuro imprecisato, forse non troppo lontano, in cui il progresso ha consentito all’umanità di creare dei robot del tutto simili ad una persona vera e propria. Praticamente indistinguibili dagli altri, questi umanoidi, chiamati genericamente “Host” sono l’attrazione principale del parco tematico Westeworld, rinomata attrazione turistica per turisti d’alta fascia (detti altrettanto genericamente “Guests“), che pagano cifre altissime pur di vivere l’emozione di trovarsi nel selvaggio West di qualche secolo fa, ricreato fin nei minimi dettagli.

Grazie ad un software complesso e costantemente aggiornato da un esperto team di tecnici, Westworld permette un’esperienza molto più che realistica al visitatore, che può interagire in qualunque modo con i robot (programmati per reagire in modi diversi a tantissime variabili) senza temere conseguenze. In questo paesaggio americano sintetico, ogni giorno, all’apertura del parco al pubblico, i personaggi vivono una storia, che evolverà a seconda di come decideranno gli ospiti, ed il giorno successivo tutto si ripeterà da capo, dopo che ricordi e personalità degli androidi verranno resettati automaticamente.

 

Ma in un giorno all’apparenza del tutto identico al precedente, il capo della squadra di programmatori Bernard Lowe (Jeffrey Wright) si accorge di un problema, manifestatosi dopo un importante aggiornamento, che permetterebbe ad alcuni robot di mantenere frammenti di ricordi e parlare di cose non previste dal loro software interno. L’ultima parola su come affrontare il problema spetterà alla severa Theresa Cullen (Sidse Babett Knudsen), ma soprattutto all’ideatore dell’intero progetto, il Dr. Robert Ford (uno straordinario Anthony Hopkins).

Come se non bastasse, all’interno del parco alcuni personaggi iniziano a manifestare comportamenti strani e a porsi delle domande, tanto che il dubbio che la loro vita non sia esattamente quella che credono inizia a farsi strada nelle loro robotiche teste.

Alcuni di questi Host impareremo a conoscerli fin dai primi minuti del lungo pilot da 65 minuti andato in onda ad inizio ottobre. Dolores Abernathy, interpretata da Evan Rachel Wood, è la giovane figlia di un modesto allevatore, che ama i cavalli e dipingere, mentre Teddy Flood, interpretato da James Marsden, è un suo assiduo corteggiatore. Ottima anche la caratterizzazione di Maeve Millay (Thandie Newton), determinata donna di bordello e dei cosiddetti “fuorilegge” di Westworld.

 

Ma non solo: la serie colpisce subito il cuore dello spettatore perché coinvolgente fin da subito. Temi come il progresso, l’intelligenza artificiale, l’etica nell’era della robotica ed il libero arbitrio delle macchine evolute rimandano a storie Asimoviane che ci hanno fatto sognare molte volte.

L’idea di una trasposizione televisiva di Westworld è di Jonathan Nolan. Lo conosciamo per averci regalato Person of Interest e per essere il fratello di Christopher (regista di una nota trilogia sul Cavaliere oscuro e del più recente Interstellar). La HBO ha investito molto su questo progetto, a partire dal cast stellare e passando per l’attenzione maniacale dedicata a regia e fotografia (entrambe eccellenti) che hanno regalato al pubblico uno dei più bei pilot degli ultimi anni. Ciliegina sulla torta affidare la colonna sonora a Ramin Djawadi, già autore delle iconiche musiche di un altro piccolo grande capolavoro HBO: Game of Thrones.

Da vedere senza obiezioni.

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