Film

Ghostbusters

Spesso, oltre che scriverle, mi diletto anche a leggere le recensioni altrui, in special modo dei film che più aspetto o che sono indecisa se andare a vedere o meno. Da quando, nel lontanissimo ottobre 2014 fu annunciato che effettivamente sì, un reboot di Ghostbuster si sarebbe realizzato e che era stato anche ufficializzato il nome del regista, ne ho lette di cotte e di crude. I cinefili si sono divisi in due fazioni, che semplificheremo in puristi e femministi. I primi sono i fan storici della saga degli anni ’80, sono cresciuti con quelle pellicole e conoscono a memoria ogni battuta. Amano talmente tanto quei film che vedono come un sacrilegio ogni tentativo di riproporlo riveduto e corretto. I femministi sono invece quelli che credono che i tempi siano finalmente maturi per ri-declinare al femminile un’icona nerd come questa, proponendo delle eroine che non debbano avere nulla da invidiare ai machi dei film di azione.

Sia chiaro: di personaggi femminili forti in grado di reggere da sole un film come questo ce n’è un immenso bisogno. Occorre davvero riscrivere le basi del cinema di avventura e di azione.

L’idea di quattro acchiappafantasmi in gonnella mi elettrizzava, ed ero anche contenta che non stessero scegliendo attrici tutte uguali e tutte simili a modelle di Victoria’s Secrets. E mentre io mi sovraeccitavo pensando ad uno dei film che più amavo guardare in tv da piccola interpretato da sole donne, uscivano le prime news ed il primo, controverso trailer. Improvvisamente le teorie dei puritani del film originale sembravano aver senso. L’ambientazione contemporanea strideva con abbigliamento, apparecchiature e attitudine delle protagoniste, ferme al 1984. Le quattro donne sembravano essere state scelte per accontentare tutti e per non far generare alcuna lamentela: chi è intelligente, chi con più senso pratico; la normopeso e la sovrappeso, la bionda e la mora, la caucasica e quella di colore, la femminile e l’androgina, ecc.

L’unica polemica stupida che ho letto è stata quella sul fatto che le quattro non fossero attraenti (un commento solo: vergognatevi).

Aspettavo quindi questo Ghostbusters del 2016 con un dualismo interiore e con la speranza di vedere un bel film, immune da sterili polemiche. All’inizio ci vengono presentate Abby Yates ed Erin Gilbert, due amiche dai tempi delle scuole superiori, che condividono la passione per l’ignoto (in particolare, manco a dirlo, fantasmi) ed una grande amicizia. Le loro strade si sono divise da tempo, da quando Erin ha preferito accantonare la curiosità verso il mondo degli spiriti per dedicarsi ad una più credibile carriera accademica. Abby nel frattempo ha “reclutato” Jillian Holtzmann, ingegnere nucleare e ha continuato a costruire e testare trappole per fantasmi. Ad un passo da un’importante promozione accademica, Erin scopre che Abby ha messo in vendita un libro scritto anni prima a quattro mani, che aveva giurato di distruggere e non diffondere. Decisa a rivendicare la sua estraneità alla caccia agli spiriti, Erin affronta l’ex amica, ma inevitabilmente si lascia di nuovo coinvolgere da case infestate e storie raccapriccianti.

Le tre scienziate decidono di buttarsi nel business di acchiappafantasmi: mancano solo una sede appropriata (sempre a New York) ed un segretario-receptionist. Per il gioco degli opposti, il ruolo che nel 1984 era affidato alla dolce e ingenua Janine, viene oggi ricoperto da un autoironico Chris Hemsworth, bello senza cervello (e anche biondo, per completare il pregiudizio al rovescio). A finire nella rete delle donne a caccia di spiriti c’è anche Patty Tolan, impiegata alla metropolitana di New York, che oltre alla sua statuaria presenza, fornisce al gruppo anche un adeguato mezzo di trasporto: uno dei carri funebri dell’azienda di famiglia, che Holtzmann customizzerà a dovere.

Tutto confezionato ad arte, per non scontentare nessuno. Talmente tanto che non sembra nemmeno reale. Il blockbusters estivo costato una fortuna si è trasformato in qualcosa simile ad una parodia che voleva prendersi sul serio; l’omaggio ad un’icona degli anni ’80 è diventata un inno femminista a metà.

Se l’unico messaggio che doveva passare era che anche il gentil sesso poteva dedicarsi alla scienza e compiere azioni goliardiche la missione è sicuramente compiuta. Ma non doveva essere solo questo. Non doveva essere la rappresentazione femminile dei difetti degli uomini. Una costosissima occasione sprecata.

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